Ravanusa

“Senza chjù sciatu”: La nuova silloge di Girolamo La Marca è piena di vita.

Giorno 7 Giugno presso la Biblioteca Comunale di Ravanusa ho presentato la nuova raccolta poetica di Girolamo La Marca, poliedrico artista impegnato da tempo sul fronte delle arti.

Premiato a livello regionale e nazionale per le sue poesie sanguigne e veraci, in occasione di concorsi come Il Parnaso, L’Alessio di Giovanni, Il Navarro, il Martoglio, il Balistreri e il Duas Lauros di Roma, La Marca è noto al pubblico anche per il suo impegno di giornalista locale, vignettista satirico, scultore, pittore e scrittore di romanzi.

Durante l’incontro, ho moderato con emozione e partecipazione una serata all’insegna delle emozioni variegate che le sue poesie sanno sempre suscitare: partendo dai temi che riguardano il paese natio e la Sicilia, fino a quelli esistenziali, l’autore traccia il percorso di un’esistenza umana travagliata, ricca di rimpianti, dolori e suggestioni legate ai loci e al folklore.

Dopo i saluti del sindaco Salvatore Pitrola, che ha sottolineato il valore dell’artista come persona che stimola la comunità con idee sempre attuali, si sono avvicendati il notaio Salvatore Abbruscato con una brillante nota critica sulla silloge, la cantante Sara Chianetta, che ha letto con maestria e sentimento alcune poesie, l’appassionato prof. Filippo Tornambè, che ha trattato i temi del sublime in poesia, partendo dalla lettura di “Sciauru di rosa nova” e Giovanni Di Caro, regista, che ha realizzato, nel tempo, diversi cortometraggi per La Marca, due dei quali proiettati in sala.  

Il numeroso pubblico presente, arrivato da varie località, ha salutato il poeta con grande affetto e coinvolgimento.

“Senza chjù sciatu” è un innamorato canto alla terra di Sicilia e, in particolare, a Ravanusa, paese natio da cui La Marca, a soli nove anni, si è dovuto staccare perché mandato in collegio ad Anagni e poi ad Alatri. In quel difficile periodo del distacco, l’angoscia per lo strappo mai digerito ha forgiato il carattere malinconico dell’autore.

Una volta rientrato in Sicilia, dopo aver completato gli studi a Caltagirone, città in cui sarà ambientato il suo primo romanzo “Blu cobalto”, La Marca ha lavorato in banca e ha convogliato quell’angoscia giovanile mai sopita nelle arti e nel profondo desiderio di avviare una ricerca sul vernacolo ravanusano e sui termini territoriali, legati al linguaggio dei padri, dei cortili e degli artigiani di una volta. 

Ora, un paese si può amare in molti modi: rispettandolo, avendone cura, promuovendolo.

La Marca lo ama raccontandolo attraverso le storie che lo hanno attraversato e lo attraversano, che sono ϕωνή (voce, suono) e ψυχή (respiro) e quindi anima di quel posto.

E se la lingua umana è strumento forte e potente che “consente ad un dentro di arrivare ad un altro dentro” – come sostiene il filosofo Carmelo Bene – la lingua che La Marca riporta contiene una così ardente vitalità da smuovere le radici della comunità. Con le sue poesie cariche di delicate analogie e sanguigne metafore territoriali fa palpitare ogni frase, coinvolgendo chi ascolta con la pura fascinazione delle sillabe nostrane che rispecchiano i suoni e le atmosfere locali.

In “Nuttata”, “Tirruozzu”, “Pirchì scrivu” e “Pinsieru finnutu” le parole dicono in breve quello che invano volumi filosofici potrebbero tentare di spiegare: in questi versi si accumulano anni di passioni e intere vite in poche frasi.

In “Lu mà paisi”, “Pala di ficudini”, “Carnivali”, “Beddra Matri di lu Cummentu” rende l’amore per il suo paese indelebile dipinto.

E in quell’amore per la territorialità tipica si dispiega la sua missione: conservare la storia di Ravanusa e offrirla alle nuove generazioni perché la conoscano e la tramandino.

Con la sua ricerca di termini dialettali tipicamente nostrani, con la sua capacità di intramare nell’ordito della parlata locale i sentimenti umani consegna al pubblico uno scrigno di preziose narrazioni tipiche. Pertanto, con questa raccolta, l’autore assume ufficialmente il ruolo di custode della memoria storica e fa vedere con occhi innamorati chi siamo, da dove veniamo e quali radici ci legano alla terra dei padri, fatta di artigiani, personaggi strambi, vignaioli e contadini che hanno costellato le strade di Ravanusa.

La sua poesia è di tutti i compaesani e trasforma i lettori in cerca di una narrazione in protagonisti di un passato che riaffiora come dolce rimembranza e appartenenza.

La sua poesia è, dunque, patrimonio locale.

E nel segno di questa valorizzazione, i libri – grazie al contributo dell’amministrazione retta da Pitrola – saranno donati alle scuole per un progetto sullo studio e sul recupero del vernacolo locale.

Serena Milisenna

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Redazione Giornalistica